L’Auditor risponde: aggiornamento ISO 9001:2026

Author:Simone Bacci

17 Settembre 2026

Mano che interagisce tramite penna digitale con una cartella virtuale e icone di documenti di un sistema di gestione qualità per l'aggiornamento ISO 9001 2026.

Aggiornamento ISO 9001:2026

Lunedì 16 settembre è stata pubblicata la tanto attesa edizione 2026 dello standard ISO 9001 – Sistemi di Gestione Qualità (QMS). A distanza di oltre un decennio, la nuova versione mantiene importanti elementi di continuità e introduce evoluzioni rilevanti nell’approccio dalla gestione organizzativa orientata alla Qualità.

I temi del contesto globale – come l’integrazione del tema della sostenibilità, della resilienza, dell’etica e della cultura della qualità – sono ora collocati in modo strutturato e vincolante all’interno del framework della ISO 9001:2026.

Per comprendere la portata di questi aggiornamenti e chiarire l’impatto delle novità sulle verifiche ispettive e sui percorsi di adeguamento, è stato intervistato l’Ing. Dario Britti, Lead Auditor esperto e Quality Manager di AS&C.

 

 

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L’intervista all’auditor sugli aggiornamenti ISO 9001:2026

  1. Dal punto di vista dell’Auditor, quali sono le principali direttrici di cambiamento introdotte dal nuovo standard e quali esigenze del mercato attuale intende soddisfare?

R: Direi che il filo conduttore è la volontà di far entrare nella norma temi che l’orientamento del mercato richiedeva già da diverso tempo, ma che finora restavano affidate alla sensibilità aziendale e del singolo verificatore rispetto alla certificazione ISO 9001.

La versione del 2015 giaceva su un impianto sostanzialmente gestionale-organizzativo; la 2026 struttura in modo esplicito il legame tra qualità e contesto globale: cambiamento climatico come fattore di contesto da valutare (introdotto nel requisito 4.1), cultura della qualità e comportamento etico come impegno esplicito dell’alta direzione (5.1.1) e requisito di consapevolezza per tutto il personale (7.3), gestione del cambiamento rafforzata per la resilienza operativa (6.3, passato da 4 a 7 elementi).

A questo si aggiunge una novità più “tecnica” ma altrettanto significativa: la separazione netta tra rischi e opportunità al punto 6.1, che prima erano trattati come un blocco unico. Il mercato chiedeva organizzazioni capaci di dimostrare non solo conformità, ma trasparenza e coerenza valoriale verso clienti, filiera e altre parti interessate: la 2026 dà a questi concetti una collocazione precisa nel testo, anziché lasciarli a iniziative volontarie extra-norma.

 

  1. ISO 9001:2026 sembra rafforzare il focus sulla cultura organizzativa, comportamento etico e gestione dei rischi per la resilienza operativa. In che modo possono essere valutati concretamente questi elementi apparentemente intangibili durante un audit sul campo?

R: È la domanda che mi pongo più spesso in questi mesi, perché il rischio concreto è trasformare l’audit in un giudizio soggettivo sui valori dell’azienda, cosa che non è né il nostro ruolo né l’intento della norma.

La chiave è che la ISO 9001:2026 stessa fornisce un criterio oggettivo in Appendice A: la cultura della qualità e il comportamento etico “si riflettono nei valori condivisi, negli atteggiamenti, nelle prassi e nelle azioni” dell’organizzazione.

Questo si traduce operativamente in evidenze verificabili, non in opinioni: coerenza tra quanto dichiarato nella politica per la qualità e quanto riferito dal personale nelle interviste; modalità con cui l’alta direzione comunica e dà l’esempio su questi temi, verificabile ad esempio nei verbali di riesame di direzione dove ora si richiede esplicitamente l’assunzione di responsabilità (accountability) sull’efficacia del SGQ; presenza di meccanismi concreti come codici di condotta o canali di segnalazione, se già adottati.

Per la parte di gestione del rischio, l’audit si sposta su due binari distinti e non più su uno solo: bisogna verificare separatamente come l’organizzazione tratta un rischio – con azioni proporzionate al suo impatto potenziale – e come tratta un’opportunità – con azioni appropriate al contesto. Un registro unico “rischi e opportunità” con un’unica colonna generica, molto diffuso con la 2015, non è più pienamente coerente con questa impostazione.

  1. A seguito delle integrazioni sul climate change già avviate negli scorsi anni e ora consolidate nel testo normativo, quali saranno le nuove evidenze documentali o gestionali che ci si aspetta di riscontrare nelle organizzazioni?

R: È importante essere precisi su cosa chiede realmente la norma, perché non introduce un sistema di gestione ambientale né obblighi di misurazione delle emissioni: la ISO 9001:2026 resta priva di requisiti ambientali specifici, esattamente come la 2015.

Quello che chiede, al punto 4.1, è che l’organizzazione si ponga la domanda e determini se il cambiamento climatico sia o meno un fattore di contesto rilevante per il proprio SGQ.

L’evidenza minima che mi aspetto di trovare in audit è quindi un’analisi, anche sintetica, con una conclusione motivata di rilevanza o non rilevanza – non un piano di sostenibilità.

Il collegamento naturale è poi con il punto 4.2, dove è stata aggiunta una nota per cui le parti interessate rilevanti possono avere requisiti legati al cambiamento climatico, e con il punto 6.1, dove – se il fattore risulta rilevante – ci si aspetta di vederlo tradotto in rischi e/o opportunità trattati secondo la nuova logica separata espressa dai nuovi requisiti 6.1.2 e 6.1.3.

  1. È previsto un periodo di transizione per l’adeguamento dei Sistemi di Gestione Qualità esistenti? Quale potrebbe essere una roadmap ideale per le imprese che devono evitare una sovrapposizione con le scadenze e garantirsi una transizione fluida?

R: Su questo preferisco essere trasparente piuttosto che azzardare date: al momento non si dispone di una comunicazione ufficiale dal nostro ente di accreditamento (IAS – International Accreditation Service) con il periodo di transizione e le scadenze per l’adeguamento degli accreditamenti e delle certificazioni in essere, e non è un’informazione contenuta nel testo della norma stessa.

Prima di indicare scadenze vincolanti ai nostri clienti attendiamo la pubblicazione ufficiale su questo tema, che aggiorneremo non appena disponibile.

Quello che posso già dire è che, a prescindere dalla scadenza formale, una roadmap prudente non aspetta l’ultimo momento: conviene avviare fin da ora una gap analysis interna sui punti che abbiamo visto essere i più impattanti – 4.1, 6.1, 6.3, 5.1.1 e 7.3 – così da arrivare pronti indipendentemente da quando verrà fissata la data di chiusura della transizione.

  1. L’aggiornamento della norma richiede una revisione delle competenze per Quality Manager, professionisti e auditor interni. Quali sono dunque i requisiti formativi prioritari su cui investire?

R: Metterei in cima alla lista tre aree.

La prima è metodologica: la separazione tra risk-based thinking e opportunity-based thinking al punto 6.1 richiede di ripensare gli strumenti di analisi (registri, matrici) che molte organizzazioni hanno costruito sulla logica unificata della 2015 – cambiano in sostanza gli approcci alla costruzione del controllo operativo (vero cuore della norma) che dipende direttamente dall’analisi dei rischi e delle opportunità.

La seconda è la capacità di raccogliere evidenze oggettive su temi “soft” come cultura della qualità e comportamento etico, che richiede tecniche di intervista e di verifica della coerenza diverse da quelle usate per un requisito puramente procedurale.

La terza è la conoscenza dell’Appendice A nella sua nuova struttura: essendo ora allineata punto per punto alla norma (da A.4 a A.10), è uno strumento di lavoro molto più immediato durante l’audit, e chi la conosce bene riduce sensibilmente il rischio di interpretazioni soggettive, ad esempio grazie ai chiarimenti terminologici del punto A.2 su termini come “appropriate” vs “applicable” o “consider” vs “take into account”. Per il nostro corpo auditor abbiamo già impostato un percorso formativo interno su questi tre assi, con verifica di comprensione prima di tornare sul campo con la nuova edizione.

  1. Per un’organizzazione certificata che intende approcciare da subito l’adeguamento, quale dovrebbe essere il primo passo operativo da compiere?

R: Partirei da una gap analysis mirata, non da una revisione integrale del sistema: la struttura ad alto livello e la sequenza dei punti 1-10 non cambiano, quindi il grosso del SGQ esistente resta valido.

Il primo passo concreto che suggerisco è affrontare subito i due requisiti più “nuovi” e a basso sforzo di implementazione: determinare formalmente la rilevanza del cambiamento climatico per il proprio contesto (4.1) e riorganizzare il registro rischi/opportunità separando le due logiche di analisi (6.1.2 e 6.1.3).

Sono interventi realizzabili in poche settimane e già portano l’organizzazione in una posizione difendibile in audit.

Da lì si può proseguire con l’aggiornamento della procedura di gestione del cambiamento (6.3) e, in parallelo, iniziare a raccogliere le prime evidenze su cultura della qualità e comportamento etico in vista del prossimo riesame di direzione, che è la sede naturale per formalizzare l’impegno dell’alta direzione richiesto dal nuovo 5.1.1.

E’ semplice intuire che i cambiamenti operati all’interno dei registri dei rischi e delle opportunità avranno certamente un impatto sulla gestione del controllo operativo, che andrà sicuramente adeguato/approfondito/esteso dove necessario e come pertinente in base alla realtà aziendale di riferimento.

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